Come sta l’economia nel mondo?

Quando si parla di mercati finanziari c’è subito da focalizzare l’attenzione sulla crescita dell’economia globale, dal momento che gli asset azionari sono collegati all’andamento generale dell’economia nel mondo: se l’economia cresce le aziende producono utili e positivi, gli azionisti sono remunerati, il capitale aumenta. Una catena, in una sola parola. Lo status di salute dell’economia è fondamentale nel definire anche le performance delle asset class obbligazionarie, il fattor determinante per il livello di tassi di interesse e dell’andamento dei titoli di debito, assieme alla politica monetaria. L’economia in sé e per sé è finanche meno importante dello stato di salute: i mercati, in base a questo, possono cambiare in bene o in peggio.

Come vanno, dunque, le cose nel mondo? Gli ultimi mesi parlano di un miglioramento di stato per l’economia globale, dal momento che sono state registrate performance positive, mentre l’obbligazionario ha visto un rallentamento. Segnali di ottimismo, insomma. Ma sono tutti giustificati? Va aggiunta preventivamente una cosa: l’economia del mondo da un decennio non fa altro che crescere ma vivere contestualmente una serie di trasformazioni che hanno creato uno scenario dove c’è chi ha vinto e chi ha perso. Per esempio la classe media occidentale, che è l’audience di riferimento del media system, ha visto la propria ricchezza reale diminuire in molte geografie o, perlomeno, diventare meno adeguata alle necessità moderne. Dal 2019, per la prima volta, l’economia ha cominciato una fase di rallentamento: significa che le obbligazioni a lunga scadenza vengono vendute a buon mercato rispetto a quelle di breve scadenza. Un sentiment di sfiducia generale, coi principali dati economici in calo. Fino allo scorso autunno, quando una serie di fattori hanno cambiato lo scenario: anzitutto le banche hanno invertito la direzione della politica monetaria, la pubblicazione degli utili delle aziende ha sorpreso in positivo, le prospettive commerciali si sono positivamente risvoltate, complice anche il disgelo nel dialogo tra USA e Cina. Infine la rialzata e la stabilizzazione del settore manifatturiero dell’Eurozona, del commercio cinese e del commercio mondiale tout court.

Segnali, questi, molto positivi, capaci di invertire la percezione ed il sentiment degli operatori. Ma non del tutto esaustivi, se contestualizzati in relazione all’economia di riferimento nel mondo, quella americana, con il settore manifatturiero che continua nel dare segnali contrastanti, tra valori sotto le attese e risultati non raggiunti, come un po’ in tutto il 2019. Inoltre, nel report del WEO, il World Economic Outlook, rilasciato ad ottobre, il FMI ha confermato la riduzione delle attività manifatturiere, che non succedeva dalla crisi finanziaria del 2008. Anche a novembre, dinanzi ad una crescita stabile, i dati hanno confermato un trend al di sotto delle aspettative, seppur non negativo. Allarmismo comunque ingiustificato, alla luce del decennio 2010-2019, in cui, dopo la crisi del 2008, l’economia globale ha saputo riprendersi, reinventarsi, rilanciarsi. Tutti segnali, questi, che rappresentano indizi e non affatto prove. Ora le attese sono tutte rivolte all’ormai incipiente 2020: continuerà, per l’undicesimo anno la crescita economica nel mondo, oppure i trend globali continueranno ad oscillare?

 

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